M'illumino d'immenso

Amo vivere, ridere, cantare Amo il sole, il cielo, il mare Amo ricevere ....ma soprattutto dare tanto amore!!!!!
mercoledì, 21 maggio 2008

Uno scrittore, un giallo. Il delitto di Milano - Edi e la favola che finisce a capodanno

Uno scrittore, un giallo. Il delitto di Milano




Edi e la favola che finisce a capodanno




di Chiara Gamberale




Il giorno in cui sono venuta al mondo, mio padre, non sapendo come gestire l’imbarazzo di provare più angoscia che gioia, appena mi ha vista pare che non gli sia venuto niente di meglio da esclamare che: «Uh. Ero certo sarebbe stato un maschio». Non sapeva, quel giorno, mio padre, di incontrare per la prima volta la sua più implacabile ricattatrice emotiva, la più possessiva delle donne, la più ingombrante delle presenze. Così come non sapeva John Daves, guardando sua figlia, di conoscere quella che in futuro sarebbe diventata madre — e insieme sorella — del bambino che lo avrebbe reso di nuovo padre e per la prima volta nonno. E non poteva certo immaginarsi Edi Vesco, quel giorno dell’ottantanove, di guardare negli occhi per la prima volta quello che sarebbe stato il suo assassino. Perché l’uno gennaio di quest’anno Lorenzo, diciottenne, le spacca una bottiglia di spumante in testa, la stordisce, le trancia la carotide con un coltello da cucina.La fuga e l’arresto. È suo figlio. Ha anche tentato di violentarla, sosterrà la polizia quando, nell'appartamento che i due condividevano in via Bertinoro aMilano, troverà il cadavere di Edi seminudo. Lorenzo, intanto, dopo essersi fatto una doccia, va a prendere un treno per Brescia. Il montaggio dei fatti è alternato. Da lì in poi succede tutto nello stesso tempo, fra la stazione di Brescia e via Bertinoro. Romeo Giacomini, padre di Lorenzo, chiama l’ex moglie per gli auguri di Capodanno, ma il telefono squilla a vuoto: l’uomo avverte subito la polizia perché non è possibile che Edi non stia in casa, «deve esserci per forza». La volante interviene all'istante. «Arrestatemi, ho ucciso miamadre». Lorenzo in quelle stesse ore arriva a Brescia e si consegna alla polizia ferroviaria. Sempre più mi convinco che ognuno di noi nasca genitore o figlio così come si nasce mori o biondi, con gli occhi chiari o il naso grosso. Che sia innata, cioè, una predisposizione ad accudire o a venire accuditi, a chiedere o a garantire fiducia, rassicurazione, e che di fondo si trascorra la vita a tentare di schivare, ma malgrado i nostri sforzi costantemente a imbatterci, in occasioni in cui ci è chiesto di sviluppare la caratteristica inversa a quella che ci è toccata in sorte. Parlo da figlia nata irrimediabilmente genitore e che ha permesso sempre e solo a suo padre (poveraccio) di rassicurarla, un caso banale e borghese di complesso d’Edipo che durante l’infanzia si condensa indisturbato, durante l’adolescenza si prova a risolvere e dopo i vent’anni si preferisce accettare serenamente, confidando nel buon cuore del compagno o dei compagni che si avranno nella vita. La storia di John e Jenny. A guardarlo, ospite circa un mese fa del talk show «60 minutes» sull’emittente australiana Tv Nine, John Daves, sessantun anni, è invece chiaramente nato figlio, mentre stringe la mano grassoccia di Jenny, che di anni ne ha trentanove, e parla alle telecamere per tutti e due raccontando: «Sì, stiamo insieme da otto anni, da quando cioè John, che non vedevo più da quando avevo pochi mesi, è tornato nella mia esistenza. Appena l’ho rivisto ho pensato: niente male. Insomma, non capisco davvero che cosa ci sia di terribile ad avere una relazione con il proprio padre. Non è un uomo anche lui?». E qui il tono di Jenny si fa minaccioso. «Il tribunale non riuscirà a toglierci la nostra bambina che dopo tante sofferenze è finalmente nata, dieci mesi fa». John continua ad annuire, e la ascolta incantato, come non conoscesse anche lui quella storia, non ne fosse protagonista. Jenny (nata indiscutibilmente genitore) prosegue: «Siamo due intellettuali, due adulti che hanno avuto la loro carriera, una vita normale come tutti e che pur avendo un legame biologico, pur essendo padre e figlia, si sono innamorati. Chiediamo solo rispetto e comprensione». Rispetto e comprensione, sì, a quel punto le fa eco John. Ammette in un primo momento di aver pensato che fare sesso con sua figlia fosse sbagliato e illegale, ma conclude: «A volte semplicemente le emozioni prendono il sopravvento ». Ma Edi. Edi Vesco rimane un mistero. Ho letto i suoi libri, ho visitato il suo sito, e proprio non riesco a capire se fosse nata figlia o genitore. «Sì, ho pubblicato dei libri. Ma non significa che io mi senta scrittrice. Quando mi definiscono così mi vien da ridere. Perché Scrittore è una definizione troppo bella e importante, di più, è un’onoreficienza somma, un’assunzione in cielo che meritano soltanto i mostri della storia della letteratura. Gli altri, tutti quanti, tutti noi, siamo soltanto autori». È così che Edi dava il benvenuto sul suo sito. Anzi, non solo lo dava: continua a darlo. Perché quello che lascia attoniti, quando si digita www.edivesco.it e ci si ritrova nel campo di margheritone bianche che fa da sfondo e quando compaiono le varie sezioni in cui il sito è diviso, i suoi link, è che tutto sembra assolutamente dinamico: in vita. All’improvviso uno sciame di farfalline comincia anche a svolazzare fra le parole. La finta eternità in Rete È la Rete. Se un pettegolezzo finisce su Internet conquista la durata pressoché infinita che ha la verità. Un fattarello di cronacamesso in archivio sul sito di un quotidiano di provincia acquista in questa maniera una tale accessibilità nel tempo, da entrare a pieno diritto nella Storia. Un’opinione momentanea buttata su un blog a proposito, che ne so, di Angelina Jolie fa sì che quando su Google andiamo a digitare «Angelina Jolie», a un certo punto fra le infinite pagine che la riguardano, saremo costretti anche a confrontarci con quella dove Anonima83 sostiene che «lo sanno tutti che Angelina è rifatta dalla testa ai piedi e che è stata rakkomandata da suo papà John Voight». Il giorno che ha scritto quelle cose Anonima83 si era finita un barattolo di Nutella perché il ragazzo l’aveva lasciata. All’oggi Anonima è di nuovo fidanzata e soddisfatta della sua vita.Ma Angelina, anche solo per un paio di persone desiderose di trovare alibi alla propria frustrazione e al successo altrui, sarà una che si è rifatta dalla testa ai piedi. Alla prima opportunità lo racconteranno in giro: «La Jolie? Una raccomandata come tante. L’ho letto su internet». Perché è questa, la spaventosa caratteristica della Rete: la capacità di creare una finta eternità del transitorio. E sul suo sito allora Edi non solo non morirà mai, come succede in parte a tutti coloro che hanno lasciato da qualche parte un’opera, una traccia, qualcosa così incisivo da sopravvivergli: sul suo sito Edi è in movimento. Torniamo al punto. Com'è che si muove? Da figlia o genitore della vita (sua e degli altri)? Certamente figlia, se ti concentri sulle farfalline, le margherite, e sulla commovente soavità delle parole che aprono il sito. Genitore: se ti concentri sulla saggezza di quelle stesse parole, sull’umiltà a cui richiamano, se sai per esperienza che non è affatto scontata quando si discute dell’opportunità di considerarsi omeno artisti, del bisogno e la fretta di definirsi tali per garantire di fronte al mondo e a se stessi una licenza di originalità ai propri pensieri e alle proprie azioni. Aquel punto allora cerchi Edi Vesco nei suoi libri. Autrice o scrittrice che si considerasse, ne ha pubblicati tre (tutti per la Sperling&Kupfer, con cui lavorava da anni anche come editor e traduttrice). Il Magico Libro. Zuccologia, gufologia e autentica stregoneria. Sottotitolo: La guida più completa al mondo di Harry Potter. «Non ho mai fatto niente di più divertente », dichiara Edi, a proposito di questa che può considerarsi una vera e propria guida turistica allo smarrimento imposto dal regno delle favole. Dopo arrivano i romanzi. In Sissi. Una ribelle alla corte di Vienna, è dichiarata volontà della Vesco quella di «sostituire alla melensa e irreale visione di Elisabetta d’Austria, data dal film con Romy Schneider, un suo ritratto autentico». Documentato attraverso le fonti più svariate, ecco così che l’Imperatrice Sissi ricorda quella, perfetta e tragica come in una fotografia, immortalata da Constantin Christomas, il suo insegnante privato di greco, nelle pagine di quel diario, che a tratti appare come un trattato filosofico, pubblicato in Italia da Adelphi nell’ottantanove. Sole d’Inverno invece è un romanzo d’amore. Un amore che all’apparenza non ha ragioni per esplodere e che proprio per questo invece esplode, fra un medico tropicalista che lotta per le popolazioni più disperate dell’Africa e una giornalista glamour di Milano. Di nuovo. Figlia o genitore? Sembra rispondere lei stessa, nelle pagine autobiografiche del sito. La bambina sbagliata, le intitola. «Nasco il 25 febbraio 1955. Bel mese, febbraio: profumo di calicanthus e fresie (…). Nasco di carnevale, di venerdì (il giorno dei matti) e all’ora della merenda: insomma, tutto un programma (…)». Nasce e poi cresce ad Arona, nel Novarese, e per iscriversi all’Università di Milano e laurearsi in Filologia, data la povertà dei mezzi della famiglia d’origine si paga da sola gli studi con i lavoretti più svariati, dà ripetizioni private a «collaborazioni giornalistiche e radiofoniche con emittenti private a ritmi folli ». A un certo punto Edi sembra esprimerlo senza mezzi termini: «L'infanzia è stata il mio stampino per la vita». Ma nei racconti di quella sua infanzia e dell’adolescenza non compaiono adulti: nessuno che l’accompagni se non di sfuggita, nessuno che le dica: tranquilla, la direzione comunque è quella, non ti sbagliare. L’unica figura significativa (ma anche questa solo di passaggio) è quella di Ormezzano, allora direttore di Tuttosport, che pubblica una lettera in cui Edi lo rimprovera per aver «incautamente» affermato che i giovani non hanno tempra necessaria per diventare dei validi cronisti, e le risponde incitandola a continuare a «scrivere e scrivere». Il merlo e il pappagallo. Ci sono i tre amici con cui dà vita ad Arona alla rivista Il Sancarlone, le amiche imprescindibili, gli interlocutori sul lavoro, c’è un pappagallo che si chiama Miguel, c’è Cleo il merlo. Nessun adulto rispetto a qualcun altro, ripeto. Compare suo figlio: però non c’è il suo ex marito (chissà, forse quando a un certo punto allude con ironia alle «catastrofi varie» della sua vita si riferisce anche a quel matrimonio finito presto, ma chi può dirlo). Tutti i rapporti sono comunque all’insegna dello scambio orizzontale, mai di qualche insegnamento preso da chi è più esperto di noi o dato a chi lo è meno. Perché? Perché Edi Vesco è così materna nei confronti di tutto quello che intraprende e di chi incontra da non avere bisogno di farsi proteggere a sua volta, o perché è così innocente e spregiudicata nelle sue fantasie che, come i bambini quando imparano a camminare e all’improvviso si sentono grandi, proprio in quel momento è in pericolo e andrebbe tenuta d’occhio? «Che cosa mi viene bene fare. Di getto dico disastri». Il disastro alla fine è arrivato per davvero. Ma la responsabilità non è stata mica di Edi. Non è stata di nessuno, se si considera per l’appunto illusoria, creata a uso e consumo delle nostre rassicurazioni, la linea di confine che nelle famiglie separa i genitori dai figli, le vittime dai carnefici, le colpe dai meriti. Non lo so perché l’ho fatto, continuerà a ripetere Lorenzo alla polizia. Sì, lui e sua madre avevano litigato. Edi l’aveva sgridato per esser tornato troppo tardi, la notte dell’Ultimo dell’anno. Come spesso accade in famiglia da una discussione ne prende spunto un’altra, e allora mamma io non vado più a scuola, mi sono rotto i coglioni, e invece Lorenzo ci vai, non se ne parla proprio. Cose così. Che niente hanno mai determinato, niente possono determinare. Il delirio di onnipotenza «Può sembrare l’esplosione di un episodio psicotico. Mi domando se non avesse dato altri segnali prima», sostiene a una prima analisi dei fatti la psicoterapeuta Anna Meneghelli, che coordina un programma di prevenzione dei ragazzi a rischio e a esordio di psicosi. Di segnali Lorenzo non ne aveva dati, pare. A parte una generica insofferenza nei confronti della madre. E una e-mail di dodici pagine al padre, qualche giorno prima, che aveva intitolato «Delirio di onnipotenza » e in cui passando attraverso Socrate e Nietzsche, Lorenzo dichiarava di aver avuto «un’illuminazione», di aver «capito il senso della vita». Apparentemente archiviabili, l’insofferenza e il delirio, sotto la voce diciottanni. Forse allora torna davvero utile quanto sostiene John Daves per giustificare il suo incesto: il fatto è che semplicemente a volte le emozioni prendono il sopravvento. E possedere o distruggere un genitore diventa verosimile. L’onnipotenza sembra proprio quella della rete, dove le farfalline di Edi continuano a svolazzare imperterrite. Ma l’effetto demiurgico è esattamente l’opposto. I legami di sangue, quanto di più eterno ci è dato da sperimentare in vita, a quel punto ci si rivelano nella loro possibile, inquietante transitorietà.

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categorie: delitti, gialli
lunedì, 12 maggio 2008

uno scrittore un giallo - la ragazza americana scomparsa


uno scrittore un giallo - la ragazza americana scomparsa



Silvia, il pittore e il documento rubato


La vicenda: Il mistero di Esther, la donna dai mille volti:


La storia

Il racconto scritto da Andrea De Carlo prende spunto, per poi allontanarsene subito e costruire un racconto di fantasia, da una storia americana che ha per protagonista una giovane donna che rubava le identità alle sue coetanee. Un giallo mai chiarito fino in fondo.

Le protagoniste

Il 4 aprile 1999 Brooke Henson, 20 anni, esce di casa a Travelers Rest, nella Carolina del Sud. Non la rivedranno più. Sei mesi dopo - in ottobre - in una cittadina del Montana sparisce Esther Reed, anche lei ventenne. Il 4 luglio 2006 la polizia di New York crede di aver ritrovato Brooke. O, almeno, una ragazza che ha il suo nome e i suoi documenti e che subito scompare di nuovo. Quando perquisiscono il suo appartamento gli agenti trovano le prove che Brooke è in realtà Esther Reed, una ladra di identità. Nei suoi cassetti ci sono documenti e tesserini universitari di altre donne e la sua storia è fatta di imbrogli di ogni tipo, tanto che viene sospettata anche di essere una spia. Agli amanti racconta di essere una «campionessa di scacchi europea», e sostiene di ricevere denaro dall'Italia e dalla Germania. Esther Reed viene poi arrestata a febbraio di quest'anno a Chicago. Ma non rivela che fine ha fatto Brooke Henson.


Nel weekend lungo del 25 aprile ho preso il treno con la donna più meravigliosa che conoscevo, e con una donna desolante. Donna desolante stava con me, quella meravigliosa si era portata dietro il pittore con cui aveva iniziato una storia da qualche settimana. che ho rivelato il suo nome sarebbe ipocrita nascondere quelli delle due donne. La prima si chiamava Marta Bitto, l'altra era la mia migliore amica Silvia Filigrini. L'idea di prendere il treno ci era venuta per evitare gli intasamenti sulle autostrade, e perché Giacomo Sutrion aveva sfasciato la macchina quasi nuova di Silvia la settimana prima. Marta credo non abbia mai guidato, e la mia macchina è in condizioni troppo penose per affrontare un vero viaggio. Seduti ai nostri posti, affannati per la corsa, guardavamo dai finestrini opachi le banchine brulicanti di gente. Le previsioni del tempo erano buone fino a domenica, chiunque potesse scappava da Milano. Anche nel nostro vagone di prima classe c'erano persone in piedi o accasciate sopra i propri bagagli, alcune perfino sedute sul pavimento sudicio davanti alle toilette. Il condizionatore era guasto, c'era odore di velluto sporco e vecchio brodo da mensa; i passeggeri sudavano e si lamentavano, sventolavano giornali. Marta ha raccontato dell'intervista telefonica che aveva fatto il giorno prima a un noto scrittore per il quotidiano a cui collabora, ma nessuno di noi l'ascoltava. La sua voce mi sembrava ancora più sgradevole del solito, come i pensieri nel retroterra della sua voce. Credo sia davvero convinta di avere una mente e uno stile brillante, ma i suoi articoli sono solo una miscela di cliché alimentati da curiosità morbosa. Stavo con lei a causa della mia terribile inerzia sentimentale, che mi ha fatto passare tre quarti della vita con donne di cui non ero affatto innamorato ma che per qualche ragione avevano preso l'iniziativa nei miei confronti. Marta Bitto per esempio mi aveva invitato a cena dopo essere venuta per forse la ventesima volta in uno dei tre negozi di fotocopie di cui mi occupo da quando mio padre non c'è più: il suo gesto mi aveva fatto sentire vincolato come una richiesta di matrimonio. Silvia a sua volta ha sempre avuto un istinto infallibile per trovarsi gli uomini sbagliati. La chiamo la rabdomante, fin dai tempi del liceo. Suo padre è un imprenditore nel settore dolciario e un esempio di straordinaria stabilità maschile, su cui l'intera famiglia Filigrini poggia come su una roccia. Probabilmente è per reazione che Silvia è sempre stata attratta da caratteri egoisti, inaffidabili, a volte perfino violenti. (Il che spiega anche perché non mi abbia mai preso in considerazione dal punto di vista sentimentale, benché sapesse che la adoravo fin dal primo momento. Evidentemente, non avevo un potenziale abbastanza deleterio ai suoi occhi). Giacomo Sutrion lo vedevo per la seconda volta, anche se naturalmente conoscevo i suoi quadri, le grandi tele dipinte a rozze pennellate come da un bambino di otto anni affetto da megalomania. Non mi pareva simpatico né intelligente né attraente, ma le ragioni dell'interesse di Silvia erano lì, ben visibili nei suoi piccoli occhi scuri e rapidi, nel pizzetto scolpito per nascondere un mento sfuggente, nella risata egocentrica, nel modo che aveva di parlare esclusivamente di sé, dei suoi quadri, dei suoi galleristi, dei suoi esegeti. Silvia l'aveva conosciuto il mese prima all'inaugurazione di una fiera d'arte a cui partecipava come piccola gallerista di qualità; era del tutto inevitabile che ne fosse attratta. La terza volta che erano andati a letto insieme lui le aveva chiesto duemila euro in prestito e non glieli aveva ancora restituiti, poi le aveva chiesto la macchina in prestito e gliel'aveva sfasciata. Ma questi episodi, e i messaggi amorosi di altre donne che gli arrivavano di continuo sul cellulare e nella posta elettronica e in quella reale, non l'avevano certo convinta a lasciarlo perdere, anzi. Quando avevo descritto la situazione a Marta il giorno prima della partenza, lei aveva detto: «E' solo una nevrotica viziata, la figlia del pasticciere che cerca di rendere più artistica la sua vita». Ero rimasto colpito dal freddo automatismo della sua gelosia; per contrasto Silvia mi era sembrata ancora più calda, generosa, autentica. Al confine con la Svizzera il treno ha fatto una lunga sosta per cambiare motrice, e tutti abbiamo cercato di prendere aria dalle porte aperte, pigiandoci nello spazio ingombro e surriscaldato. Quando siamo finalmente ripartiti, Silvia ha proposto di andare a bere qualcosa al vagone bar, anche se questo comportava aprirci la strada tra la gente stipata per la lunghezza di due vagoni. Al bancone ho chiesto dell'acqua minerale perché stavo morendo di sete, ma Giacomo Sutrion ha detto «Naaah». Mi ha spinto via, ha ordinato vino bianco per tutti. Non c'era una bottiglia grande, così si è fatto dare cinque o sei bottigliette di un bianco del Reno. Abbiamo fatto un brindisi forzato al nostro weekend insieme, e dopo pochi secondi lui aveva già ripreso a raccontarci di quanto lo adoravano in Giappone. Beveva, anche: rovesciava indietro la testa e si versava il vino in gola, si passava una mano tra i capelli, parlava di sé, di sé, di sé. Guardavo Silvia che lo guardava, per un terzo imbarazzata e per due terzi incantata. Pensavo a come i nostri difetti di carattere facevano stare me con una donna desolante e lei con un uomo indegno, e mi sembrava uno spreco intollerabile. Due poliziotti svizzeri sono arrivati a controllare i documenti, chiederci se avevamo qualcosa da dichiarare. Ho scosso la testa e ho porto la mia carta d'identità, Silvia e Marta hanno fatto lo stesso. Giacomo Sutrion ha estratto la sua dal portafogli e l'ha data al poliziotto come se gli consegnasse una reliquia, ha alzato la terza bottiglietta di vino in un gesto sarcastico. Ridacchiava, faceva battute a sfondo sessuale su due turistiche nordiche a tre metri da noi, parlava di una gallerista di New York che lo idolatrava. D'improvviso un poliziotto gli ha agitato davanti la carta d'identità, ha detto: «Di chi è, questa?». «Mia, perché? Vuole comprarla?», ha detto Giacomo Sutrion. «Non credo proprio» ha detto il poliziotto, un ragazzo alto con la pelle del viso rovinata. Ha mostrato la carta d'identità aperta al suo collega e anche a noi. La foto era di una ragazza bionda, con gli occhi molto truccati, americana, residente a Saronno.Giacomo Sutrion ha scosso la testa, ridacchiava. «Chi è?» ha detto il poliziotto. «Che ne so?» ha detto Giacomo Sutrion, ha preso una gollata di vino. «Me l'ha data lei» ha detto il poliziotto. «Chi è?» ha detto Silvia, con tutti i lineamenti contratti. «Mai vista in vita mia» ha detto Giacomo Sutrion, in una specie di ondeggiamento difensivo accentuato dalle scosse del treno. «Sta dicendo che non sa chi è questa signorina?» ha detto il poliziotto. «Jamais couché avec, come dicono i francesi» ha detto Giacomo Sutrion, si guardava intorno. «Mi spieghi chi cavolo è?» ha detto Silvia, ancora più incalzante. «Ma che ne so! Ti ci metti anche tu a rompermi le palle?» ha detto lui. La bottiglietta gli è scivolata tra le mani, ha sparso vino bianco sul pavimento già appiccicoso. Lui non l'ha raccolta, si è messo a frugare nel suo portafogli con le dita dalle unghie mordicchiate, come se si aspettasse di trovare la sua vera carta d'identità. «Com'è che gira con il documento di una persona che non conosce?» ha detto l'altro poliziotto. «È una di quelle bastarde dei messaggini?» ha detto Silvia. «Non ne ho la mi-ni-ma idea, va bene?!» ha detto Giacomo Sutrion, in uno strappo di voce. «No, non va bene» ha detto uno dei due poliziotti. Marta mi guardava, come se si aspettasse qualche spiegazione da me. «Ve le siete scambiate in qualche motel dove siete andati?» ha detto Silvia. «O a casa sua? Dove?». Era fuori di sé, affamata di verità. Un poliziotto si è messo a parlare a una ricetrasmittente, l'altro ci ha detto che dovevamo scendere tutti e quattro dal treno alla prima stazione. «Sei fuori di testa?» ha detto Giacomo Sutrion. «Io da questo treno non scendo! ». Ma i due poliziotti non avevano nessun margine di flessibilità, erano entrati in uno dei loro modi operativi da manuale. Ci siamo ritrovati con i nostri bagagli sulla banchina di una piccola stazione, nella luce forte. Giacomo Sutrion urlava e gesticolava, i passeggeri ci osservavano da dietro i finestrini sporchi mentre il treno sfilava via. Sono arrivati altri poliziotti con due macchine, dalla piccola stazione ci hanno trasferiti a un commissariato altrettanto piccolo, dove si sono messi a fare ulteriori controlli sui nostri documenti. «Lasciatemi andare subito!» ha urlato a un certo punto Giacomo Sutrion. «Sono il più grande artista italiano vivente!». Con una manata ha rovesciato una pila di incartamenti, ha dato un calcio a una cassettiera metallica. I poliziotti svizzeri non sembravano suoi grandi ammiratori, hanno finito per trascinarlo a forza lungo un corridoio. Silvia gli si è aggrappata a un braccio, tra istinto di proteggerlo dal resto del mondo e bisogno di sapere chi fosse la tipa della carta d'identità. «Dimmi chi è!» gli ha gridato, lo stringeva. «Non lo so-o, capra infinitamente ottusa!» ha gridato Giacomo Sutrion in un tono sfibrato, divincolandosi e scalciando per liberarsi dalla sua presa e da quella dei poliziotti. Osservavo la scena da seduto su una panca di ferro, e mi chiedevo quali fossero davvero gli elementi sessuali e caratteriali che lo rendevano attraente agli occhi di Silvia. Mi chiedevo se perfino una situazione come questa le sembrasse interessante o stimolante, o ci fossero limiti alla sua ricerca di pessime caratteristiche mascoline. Siamo rimasti nella saletta ad aspettare e camminare avanti e indietro e rispondere ai poliziotti sui nostri rapporti con Giacomo Sutrion, mentre lui gridava insulti e rovesciava mobili in un altro punto del piccolo commissariato. Dopo forse tre ore di attese e domande ripetute separatamente a ognuno di noi, un poliziotto è venuto a dirci che io e Silvia e Marta potevamo andarcene, ma che il signor Sutrion era in stato di arresto. «Come in arresto? » ha detto Silvia, con un'apprensione nella voce e nello sguardo che mi faceva male al cuore.«La famiglia di miss Turner ha denunciato la sua scomparsa alla polizia italiana, da due settimane» ha detto uno dei poliziotti. «Cioè?» ha detto Silvia; scuoteva la testa, piano. Eravamo gelati, tutti. «È scomparsa» ha detto il poliziotto. «E sospettate che lui sia responsabile? » ha detto Marta, con un accento intensamente malevolo. «Cosa cavolo ti viene in mente?» ha detto Silvia, pronta a battersi in difesa del suo uomo. «È tutto da verificare» ha detto il poliziotto, quasi senza espressioni. Quando ci hanno riaccompagnato alla stazione c'era un treno per l'Italia dopo ventiquattro minuti, e uno in direzione di Berna dopo quarantatré. Ho detto a Silvia che secondo me la cosa da fare era andare alla casa in campagna, in modo da restare in Svizzera ed essere in grado di aiutare meglio Giacomo. Lei è stata subito d'accordo, l'idea di tornare a Milano lasciandolo al suo destino doveva sembrarle un tradimento imperdonabile. Marta invece mi ha preso per una manica, ha detto che voleva parlarmi in privato. Siamo andati più avanti lungo la banchina fino al riparo di un muretto, mentre Silvia faceva la terza o forse quarta telefonata a suo padre. Marta mi ha detto: «Io me ne torno a Milano. Grazie per avermi affondato il weekend». «Come si fa ad affondare un weekend?» ho detto. «Usi sempre le metafore sbagliate, anche nei tuoi pezzi per il giornale». «E tu sei innamorato fradicio di una psicolabile con un bisogno patologico di uomini schifosi!». Quando l'ho vista salire sul suo treno, rigida e stizzita, ho provato molto più sollievo che dispiacere. Più tardi, mentre io e Silvia eravamo seduti uno di fronte all'altra in un piccolo treno svizzero pulito e quasi vuoto diretto verso le campagne del Bernese, cercavo di immaginarmi i tre giorni che avremmo passato insieme, tra telefonate convulse e colloqui con avvocati svizzeri, tentativi di visite in prigione. Ho pensato che è vero che nessuno cambia rispetto al suo carattere di base, però c'è nella vita di tutti un'occasione o due in cui è possibile compiere un piccolo scarto rispetto al flusso del proprio destino personale. Così ho spiegato a Silvia che la carta d'identità della donna scomparsa l'avevo trovata sul pavimento del negozio tre giorni prima, e che senza nessuna ragione me l'ero messa in tasca, dov'era rimasta. Poi nel treno italiano surriscaldato avevo preso il portafogli di Giacomo dalla sua giacca di canapa verde-giallo appoggiata sul bracciolo e avevo infilato la carta della donna al posto della sua. L'avevo fatto per noia e per antipatia, senza la minima idea che la donna fosse scomparsa, e senza anticipare fino in fondo le possibili conseguenze del mio gesto. Ho detto che avrei anche potuto non raccontarglielo mai, ma che mi sembrava la dimostrazione di come anch'io abbia il potenziale per essere un mascalzone, a volerlo. Lei è rimasta a fissarmi a lungo, con un lieve tremito sulle labbra ma senza dire niente. Poi ho visto la luce di incredulità nei suoi occhi che lentamente cambiava, credo insieme al suo intero modo di vedermi.


di Andrea de Carlo

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categorie: gialli
lunedì, 20 febbraio 2006

La notte in cui bruciò il Teatrino

La notte in cui bruciò il Teatrino

Il predecessore dell'attuale Scala fu distrutto in un incendio nel 1776, due anni dopo fu inaugurato il nuovo teatro
 
All'alba del 25 febbraio 1776, mentre a Palazzo Ducale si festeggiava l'ultima notte del carnevale, l'atmosfera di svago fu rotta da un grido, che risuonò acuto lungo gli eleganti saloni: «Al fuoco!»; il Teatrino stava bruciando. Si racconta che, al crollo del tetto, le fiamme si levarono tanto alte da superare la Madonnina e i «brentadori» (pompieri ante litteram il cui nome deriva da brenta, che significa secchio), arrivati da piazza dei Mercanti, non poterono nulla contro la potenza del fuoco. Anche i civili contribuirono ai lavori di spegnimento e pare che la maggior parte di loro fu reclutata in Duomo, dove in quel momento si stava svolgendo la messa. In poche ore del teatro non rimase più nulla: il Regio Ducal Teatro era un cumulo di macerie.Fino al 1776, in via Rastelli, accanto a Palazzo Reale (allora Regio Ducal Palazzo), si trovava il Regio Ducal Teatro (chiamato dai milanesi Teatrino). Costruito nel 1717 dall'architetto parmigiano Giandomenico Barbieri, sorgeva sulle ceneri di un precedente teatro detto anche Salone Margherita, perché costruito in onore di Margherita d'Austria, Regina di Spagna (il teatro era situato dove, nel 1598, fu edificato il primo teatro milanese).
Poco dopo l'incendio, cominciarono a circolare delle voci che vedevano l'arciduca Ferdinando, allora governatore austriaco della Lombardia, come colpevole: sembra, infatti, che sua moglie, Maria Beatrice Ricciarda D'Este, flirtasse con un giovane aristocratico milanese, tal Giacomo Sannazzari. L'arciduca riuscì a intercettare un biglietto indirizzato al giovane, in cui la contessa gli dava appuntamento su un palco del teatro a quell'ora deserto. Ferdinando, per vendetta, chiuse allora il presunto amante nel teatro e lo fece bruciare. Il giovane che morì nell'incendio non era, però, il Sannazzari, ma un suo amico che si trovava nascosto nel palco per fare uno scherzo alla contessa. Secondo molti queste voci sono infondate, anche perché l'Arciduca, di certo avrebbe avuto a disposizione mezzi più sicuri e meno cruenti per eliminare l'incomodo; altri sostennero che comunque fu contento della distruzione del teatro, perché così non ci sarebbero più stati schiamazzi notturni.
Milano faceva allora parte del governo asburgico e grazie alla sovrana Maria Teresa d'Austria e al suo rappresentante, l'Arciduca Ferdinando, la società milanese, che stava ritrovando dignità intellettuale e politica dopo la dominazione spagnola, decise di costruire un teatro d'opera ancora più grande e bello. Novanta membri della nobiltà milanese si costituirono presto come «palchettisti» (ogni proprietario poteva arredare il proprio palco secondo il suo gusto e ornare il parapetto con lo stemma di famiglia), facendosi carico delle spese di costruzione, che ammontavano a circa un milione di lire milanesi.
Il 15 luglio dello stesso anno, l'imperatrice Maria Teresa mise a disposizione l'area della chiesa di Santa Maria della Scala: la Scala stava per nascere. In attesa del termine dei lavori, si utilizzò un teatro provvisorio (detto Interinale), in legno, tela e gesso, costruito a tempo di primato durante l'estate nel giardino del palazzo di Barnabò Visconti.
Giuseppe Piermarini, nominato Imperial Regio Architetto proprio dopo la costruzione della Scala, progettò un teatro sobrio di stile neoclassico. All'interno c'erano cinque ordini di palchi, più il loggione, disposti a ferro di cavallo, così da permettere una buona visibilità e un ottimo ascolto. La volta era di intonaco su intelaiatura in legno, con gli affreschi dei pittori Levati e Reinini e i rosoni di Albertulli.
La Scala fu inaugurata la sera del 3 agosto 1778 con il melodramma di Antonio Salieri «L'Europa riconosciuta» e due balletti del maestro De Baillou. Il romanziere Stendhal scrisse: «Chiamo la Scala il primo teatro del mondo, perché è quello che da il massimo godimento musicale, […] un impressione di vero e proprio rapimento».
Inizialmente il nuovo teatro era illuminato solo da due fiamme a olio poste sul palco, mentre la platea e i palchi erano tanto bui che la gente si doveva portare le candele da casa. Dieci anni dopo le lampade a olio sul palco erano 84 e i lumi appesi al soffitto 996. Per evitare la fine fatta dal Teatrino, quattro pompieri furono posti al suo interno: essi disponevano di diversi secchioni d'acqua accanto ai palchi, di tre grandi recipienti sotto il tetto e di una pompa a mano nel cortile dietro il palco. L'unico problema era il freddo: la Scala era riscaldata solo da una stufa e qualche camino. Nel ridotto c'era una bisca in cui era autorizzato il gioco d'azzardo, che, per altro, si usava praticare anche nei palchi: si giocava a bassetta o a faraone, ma un editto del 1788 lo proibì ovunque tranne che nei teatri cittadini in tempo di spettacolo. Qualche anno dopo un nuovo editto vieterà al pubblico di disapprovare con fischi e schiamazzi e di chiedere il bis.
Infine una nota curiosa: si dice che tra i palchi della Scala si aggiri una figura spettrale, che, secondo alcuni, sarebbe il fantasma di Maria Callas, che si diverte a spaventare gli spettatori che non s'intendono di opera, per tenere fede a una maledizione scagliata contro il teatro una sera che le fu fischiata una stecca. Secondo altri, invece, lo spettro è quello di Maria Malibran, famoso soprano dell'Ottocento.


di Francesca Belotti e Gian Luca Margheriti
fonte: Corriere della Sera
postato da santamargherita alle ore 12:59 | link | commenti (14)
categorie: milano, gialli
giovedì, 19 gennaio 2006

Giallo all'Università Cattolica di Milano

Il delitto della Cattolica

di Mauro Colombo

 

Millenovecentosettantuno, lunedì 26 luglio, ore 9 di una mattina già afosa, università Cattolica del Sacro Cuore a Milano.
Mario Toso, seminarista ventunenne dell’Istituto salesiano di Mirabello Monferrato varca i cancelli dell’ateneo, probabilmente incurante della canzone "4 marzo 1943" di Lucio Dalla, in testa alle classifiche di vendita di quel periodo, che la piccola radio della guardiola discretamente accesa trasmetteva per cercava di far sembrare meno lunghe le noiose giornate del custode.
Il giovane, attraversato il secondo cortile, prende a salire le scale del blocco G, alla ricerca di un istituto ove effettuare alcune ricerche. Giunto all’ammezzato, è attirato dallo scrosciare ininterrotto dell’acqua udito oltre la porta dei bagni femminili, in un’università quasi deserta di quel caldo luglio da pre-esodo estivo. Rimane qualche secondo a riflettere, poi timidamente apre la porta per verificare cosa originasse quell’inutile spreco d’acqua.

Dirà la stampa il giorno dopo: "Quello che ha visto l’ha trattenuto sulla soglia, con le gambe che cominciavano a tremare e il cuore che balzava in gola. Tra due stanzini, una grande chiazza di sangue e immersa in essa una ragazza esanime stesa sul fianco destro. Altro sangue dappertutto, sui muri, nei due stanzini, sulla maniglia della porta".

Il giovane seminarista, che avrebbe portato quella scena tra i ricordi della sua vita e tra gli incubi delle sue notti, corse urlando a cercare aiuto, avvisando a gran voce il custode, Mario Baggi, che dovette recarsi di persona nei bagni per capire esattamente cosa volesse dirgli il ragazzo in preda al terrore e alla confusione più disarmante.
Furono sufficienti pochi minuti perché sulla scena del delitto accorressero altri studenti, seguiti da polizia, carabinieri ed, infine, dal sostituto procuratore della Repubblica, il dottor Paolillo, con il commissario capo Caracciolo, il commissario Rosati e il maggiore dei Carabinieri, Rossi.

Quello che fu immediatamente accertato era che il corpo della povera ragazza, identificata per Simonetta Ferrero, anni 26, laureata alla Cattolica e impiegata presso la Montedison, abitante coi genitori in via Osoppo a Milano, era stato selvaggiamente massacrato con almeno dodici colpi di arma da taglio, inferti sul ventre, sul collo, sul volto. Il cadavere appariva composto e vestito, non si notarono apparenti segni di violenza, e forse proprio per evitarla la ragazza aveva disperatamente tentato di difendersi, e prova ne erano alcune lievi ferite alle mani, alzate probabilmente nel tentativo di arrestare i colpi mortali del coltello assassino.

Il Corriere della Sera del 27 luglio titolò: "Giovane laureata uccisa a coltellate" – "Tenebroso assassinio all’università cattolica". Per Milano, che già non viveva anni sereni, un’altra brutta storia da inserire negli annali della cronaca nera.

La vittima, le sue ultime ore

La giovane Simonetta, come risultò facilmente dalle prime indagini, era uscita di casa il sabato precedente, 24 luglio, di buna mattina, per sbrigare alcune ultime commissioni in vista della imminente partenza, programmata per quella sera stessa, alla volta del mare di Corsica, ove avrebbe trascorso, secondo i programmi, due settimane di relax e divertimento. Salutati i genitori alle 10.30, disse loro che sarebbe andata da un tappezziere di via Luini, per scegliere alcuni rivestimenti per certe sedie di casa, dall’estetista di via Dante, e alla Cattolica, in cerca di alcune dispense di diritto per un’amica.

Non fu vista in nessuno dei due negozi, evidentemente aveva pensato di passare prima in ateneo. La poveretta però non sapeva che le due librerie universitarie erano chiuse i sabato estivi, e gli inquirenti ricostruirono quegli ultimi suoi minuti ipotizzando che trovata chiusa la prima, quella vicino all’ingresso, si fosse spinta fino al secondo cortile, per tentare con la seconda. Vistala chiusa, forse volontariamente aveva imboccato le scale per raggiungere, prima di tornare alle altre incombenze, i bagni femminili, magari per darsi una rinfrescata.

E lì, senza testimoni, quello che accadde poteva essere svelato solo dalla Scientifica.

Di certo si trovò nei bagni dell’ammezzato, all’appuntamento con la morte, tra le undici e le tredici.

Furono subito sentiti alcuni muratori che lavoravano in quei giorni al piano terreno, impegnati nel rifacimento della pavimentazione in parquet. Ma il loro racconto, plausibile, si basava su di un elemento semplicissimo: il rumore assordate del martello pneumatico non avrebbe permesso loro di udire alcunché, e poi in ogni caso alle dodici avevano staccato per andare a pranzo. L’assassino avrebbe potuto uccidere quindi sia approfittando del frastuono, incurante delle eventuali grida della vittima, oppure dopo, sfruttando il deserto estivo della pausa pranzo.

Il sabato sera dell’omicidio, naturalmente, la famiglia allarmatissima per non aver avuto più notizie della figlia fin dalla mattina, aveva sporto denuncia di scomparsa al commissariato Magenta. La domenica era per loro trascorsa nell’angoscia più nera, fino alla tragica realtà emersa quel lunedì mattina. Per il padre e la madre andavano a quel punto le maggiori preoccupazioni: il primo aveva già subito due infarti, la seconde era stata colta da collasso appena appresa la notizia.

La vita della giovane fu, come da prassi, scandagliata fin nei minimi particolari: laureata brillantemente, era impiegata, come il padre, alla Montedison di piazzale Cadorna 5, dove si occupava di selezionare i nuovi assunti. Frequentazioni per bene, nessun fidanzato, sport, musica, volontariato tre volte alla settimana come infermiera alla Croce Rossa. Insomma, niente di niente, per gli inquirenti una sola pista: vittima innocente di un maniaco, di un bruto in cerca di qualche avventura. Esclusa la rapina: nella borsetta lire e franchi già cambiati per la vacanza in Corsica erano rimasti intatti e in ordine.

 

Le difficili indagini

Il 28 luglio furono resi pubblici i risultati dell’autopsia eseguita sul corpo della vittima. L’esame autoptico, che si era svolto all’istituto di medicina legale ad opera dei professori Falzi e Basile (a testimoniare l’importanza del caso), disegnò una realtà ben più violenta di quella emersa il giorno prima. Le coltellate presenti sul corpo erano trentatré, inferte da una lama lunga, ben affilata, ad un solo taglio (quale poteva essere un buon coltello da macellaio). Ventisette colpi entrarono in profondità, soprattutto nel torace e nell’addome, colpendo organi vitali. Sette i colpi che avrebbero provocato la morte, tra i quali uno che aveva reciso di netto la carotide. Le altre ferite erano più superficiali: alle mani, segno di un tentativo di difesa volto a fermare il coltello o a strapparlo di mano all’assassino, e alla schiena, segno invece questo di una fuga tentata inutilmente. L’autopsia escluse con certezza la violenza sessuale. Se anche quella fosse stata lo scopo del maniaco, la reazione della Ferrero, non aveva permesso al mostro di completare il suo disegno perverso.

Il mesto riconoscimento del cadavere fu, come ci spiega la stampa, riservato a due lontani parenti, onde evitare l’insostenibile ma necessario rituale ai poveri genitori, o alle due sorelle delle vittima, tutti estremamente colpiti dalla sorte tanto maligna.

Come detto, considerate le testimonianze relative alla vita privata delle giovane, del tutto irreprensibile, si iniziò con il mondo dei "guardoni", come li definì la stampa dell’epoca.
Così si apprese che più di un tipo strano aveva frequentato l’università. Almeno sei erano i maniaci che gravitavano attorno all’ateneo, e spesso si spingevano persino nei corridoi, per importunare le ragazze e per offrire loro non si sa bene quali avventure galanti.
Uno addirittura seguiva le studentesse sui treni. Due erano stati identificati, si trattava di un quarantenne sedicente ingegnere navale, e di uno studente fuori corso da, ormai, 20 anni, che ancora bazzicava i locali universitari, soprattutto i bagni. Tutti ovviamente furono ben bene interrogati, le loro posizioni attentamente vagliate, ma tra alibi provati e verifiche incrociate, nessuno di quei depravati apparve essere coinvolto con l’assassinio.

Ma la polizia non si fermò ai primi segnalati, e decise di andare in fondo al mondo dei maniaci che troppo spesso avevano importunato, a volte anche pressantemente, le donne sole dell’università e delle vie limitrofe.
Il Corriere della Sera del 29 luglio titolò: "Drammatico censimento dei maniaci" – "Una allucinante folla di anormali emerge dalla difficile inchiesta della polizia e dei carabinieri. La presenza di un ambiguo personaggio confermata da due impiegate".

E proprio quest’ultimo ambiguo personaggio catturò l’attenzione degli investigatori. La testimonianza di due impiegate destò parecchio interesse. Le due donne dissero che il giovedì precedente, durante la pausa pranzo, dalle parti della galleria Borrella (piazza sant’Ambrogio, a due passi dall’ateneo) furono avvicinate da un giovanotto, di circa 25 anni, in pantaloni e camicia. Questo cominciò a seguirle rivolgendo loro frasi indecenti e volgarità a carattere sessuale. La voce era: "eccitata, rauca,…il discorso era osceno". Il maniaco le seguì fino al portone del loro ufficio, poi scomparve appena le due entrarono nel palazzo.

Il cerchio si strinse attorno a tre depravati che pare avessero bazzicato la Cattolica il sabato mattina del delitto, uno addirittura era stato visto camminare (ma sarà poi stato vero?) sventagliandosi con un indumento intimo femminile. I tre divennero subito i sospettati, e iniziò nei loro confronti una vera caccia al mostro, non solo a Milano, ma anche in provincia, dove questi individui spesso risiedevano, per poi raggiungere la città con le ferrovie Nord.

Nel frattempo, il seminarista Toso, che aveva scoperto il cadavere, venne ascoltato in Procura durante un lungo colloquio col dottor Paolillo, ma come quest’ultimo disse ai giornalisti: "Il ragazzo ha fornito spiegazioni logiche e plausibili del perché fosse entrato nel bagno della scala G." Quindi, era stato creduto quando aveva raccontato di essere entrato nei gabinetti perché incuriosito da quello scrosciare ininterrotto d’acqua.

Si appurarono inoltre due cose. Innanzitutto Simonetta andò alla Cattolica non per fare un favore ad un’amica, visto che questa confermò sì di averle chiesto alcune dispense, ma ciò era accaduto un mese prima, difficile dire che fosse tornata quel sabato mattina per qualche ulteriore piacere che aveva in mente di farle (e quindi, perché era andata in università? Aveva un appuntamento?). Secondo, prima di andare alla ricerca di quelle dispense di diritto, la poveretta era entrata, per una piccola spesa, in una profumeria di corso Vercelli. La commessa ricordò che all’ingresso c’era accostata una Fiat 500 bianca, ma non seppe dire se aspettava o meno la cliente, né vide se la ragazza, uscita, fosse poi salita sull’utilitaria o se ne fosse andata a piedi (e quindi, quella mattina era con qualcuno?). Insomma due elementi poco chiari, ma che comunque vennero tenuti in giusta considerazione.

Fu vagliata con grande professionalità anche la posizione dei quattro muratori.Vennero ascoltati per un intero pomeriggio, le loro abitazioni perquisite e i loro abiti da lavoro minuziosamente ispezionati. Risultarono decisamente estranei al fatto, e dal loro racconto si stabilì che il maniaco aveva agito prima di mezzogiorno, sfruttando il rumore assordante che i quattro facevano col martello pneumatico.

Il 29 luglio, nella chiesa di piazzale Brescia, si volsero i funerali, ai quali accorsero moltissime persone, compresi i colleghi di lavoro, le crocerossine del volontariato e numeroso personale della Cattolica.

Purtroppo dei maniaci sospettati nessuna traccia, e le certezza cominciavano a diventare sempre più deboli speranze.
Si trovò e venne sentito un seminarista, tal Bianciardi, che frequentava i treni della Milano - Saronno, sui quali si vantava di abbordare donne sole alla Cattolica. La sua casa venne perquisita, si trovarono diari definiti "allucinanti". Ma essendo estraneo al tutto, fu ricoverato per accertamenti medici.
Vennero raccolte altre testimonianze, e venne fermato anche un pazzo che si aggirava in largo Gemelli, sotto il sole di trentatré gradi, con un quadro di carattere religioso invocando i santi, in una specie di processione privata. Venne però catalogato come "maniaco a carattere religioso".
Durante uno degli ultimi sopralluoghi sulla scena del delitto, gli inquirenti trovarono tracce di sangue non della vittima, dal che si ipotizzò che il pazzo si fosse a sua volta ferito, ma anche questa scoperta non portò a nulla.

Dal primo di agosto, la stampa spostò l’attenzione su di un altro "avvenimento": l’esodo estivo dell’esercito dei vacanzieri. Soliti titoloni tipo: Migliaia in coda ai caselli, le stazioni prese d’assalto, lunghe code sulle principali direttrici per il mare.
Il 3 agosto il Corriere racconta ai pochi milanesi rimasti in città che il maniaco avrebbe avuto tutto il tempo per cambiarsi d’abito, lavarsi e lasciare indisturbato il luogo senza incontrare nessuno. Il giorno seguente, setacciata di nuovo la Cattolica, all’inchiesta si aggiunse il ritrovamento di un fazzoletto, di uno straccio e di un indumento blu.

Ma il 5 agosto la stampa si butta su altro caso terribile: "Massacrato al casello ferroviario". Si trattava di un selvaggio delitto allo scalo romana, ma in poche ore venne fermato l’assassino, amico della vittima, che con questa divideva un abituro ricavato tra i magazzini merci abbandonati.
Il caso Cattolica cominciò così ad occupare i tagli bassi o i trafiletti, solo per informare che erano stati sentiti ben 150 sospettati, compresi due lontani parenti.

Poi la stampa dimenticò il terribile avvenimento, e si concentrò sulla situazione invivibile della Milano d’agosto, dove risultava impossibile persino trovare pane e latte a causa delle botteghe chiuse per ferie. A fine mese i giornali ricominciarono a parlare di traffico, causato dal solito ovvio controesodo.

E con la riapertura delle fabbriche, il delitto della Cattolica entrò nella palude dei casi irrisolti, palude dalla quale, ad onor del vero, cercò prepotentemente di uscire nell’autunno del 1993, quando una lettera anonima volle raccontare la "sua" verità circa un prete ormai maturo che all’epoca dei tragici fatti era conosciuto per aver importunato pesantemente alcune ragazze iscritte alla Cattolica.

Furono doverosamente riaperte le indagini, ma il tempo ormai aveva cancellato inesorabilmente qualsiasi possibile riscontro oggettivo.
E sul tutto, fu posta per sempre la pietra tombale.

Ad oggi, il caso di Simonetta Ferrero è rimasto un delitto senza colpevoli, o come si direbbe nel linguaggio dei giallisti, un delitto perfetto.

 

Fonti

"Corriere della Sera", luglio e agosto 1971

"La Notte", luglio e agosto 1971

 

 

 

 

 

postato da santamargherita alle ore 08:55 | link | commenti (23)
categorie: gialli, delitto perfetto

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